Negli anni Settanta, l’inquinamento era un tema di cui ancora si discuteva poco e il solo trattare l’argomento come un problema della collettività diventava una denuncia scomoda da soffocare il più possibile.

Nel 1972, Bologna diventa palcoscenico di un’idea visionaria della Fondazione Iris e del suo direttore artistico Gianni Sassi: affidare a 26 artisti un’indagine critica e poetica sul tema della contaminazione e dell’inquinamento.

La storica Piazza Santo Stefano ospita Pollution, una vera e propria azione di denuncia e consapevolezza che avrebbe rappresentato una rivoluzione antropologica, sociale e ambientale. Una sfida all’uomo per farlo riflettere sulla propria posizione rispetto all’ambiente in cui vive.

In Pollution l’inquinamento era il prodotto del sistema capitalistico: come in un circolo vizioso, la crescita sfrenata del consumismo mondiale stava contemporaneamente condannandolo al collasso. Questa perdita di controllo dei consumi portava in sé la perdita di controllo dei processi sociali dell’uomo.

 

L’esposizione

Protagonisti di Pollution 1972 furono gli artisti Ableo, Vincenzo Agnetti, Agostino Bonalumi, Mario Ceroli, Federico Chiecchi, Lucio Del Pezzo, Amalia Del Ponte, Bruno Gambone, Piero Gilardi, Laura Grisi, Ugo La Pietra, Armando Marrocco, Mambor, Gino Marotta, Hidetoshi Nagasawa, Antonio Paradiso, Gianfranco Pardi, Claudio Parmiggiani, Andrea Raccagni, Piero Raffaelli, Gianni Ruffi, Gianni-Emilio Simonetti, Ufo e Concetto Pozzati, che però decise di non esporre alcuna opera, insieme a Battiato e al gruppo Solo and Ensemble.

Per l’occasione, piazza Santo Stefano venne pavimentata con diecimila piastrelle di ceramica di formato 33×33 cm che riproducevano una fotografia di una zolla di terra (e la copertina del disco 45 giri di Franco Battiato intitolato Pollution) prodotte, numerate e firmate dall’azienda Iris Ceramica. Su questo “campo artificiale”, dall’8 al 14 ottobre 1972, gli artisti furono chiamati a proporre idee e modalità per la gestione di una “natura mutante”, deformata dall’inquinamento e dalle azioni dell’uomo.

Le basi teoriche del progetto espositivo muovevano dal dibattito intorno al modello capitalistico, dalla riflessione sulle conseguenze di un sistema malato e dalle prime consapevolezze che l’inquinamento stava scatenando.

Gianni Sassi chiamò a supporto dell’organizzazione gli storici dell’arte Daniela Palazzoli e Luca Maria Venturi e l’architetto Carlo Burkhart per soffermarsi su un particolare aspetto della discussione, quello riguardante l’imbroglio ecologico, a partire da uno schema teorizzato dallo stesso Sassi rispetto al quale chiesero agli artisti invitati di intervenire criticamente.

L’imbroglio ecologico

In questo scenario, così come l’inquinamento era un prodotto del capitalismo, allo stesso modo nasceva la sua soluzione, l’ecologia, la scienza dedicata alla tutela del rapporto tra l’uomo e la natura.

Ma la Natura che ci si impegnava a tutelare con sforzi e allarmi ambientali era una Natura falsa, una maschera per distrarre l’uomo dalla sua impotenza: un vero “imbroglio ecologico”.

La risposta di Pollution è un ribaltamento di questa prospettiva: alla Natura incontaminata celebrata dall’estetica capitalistica, contrapporre una Natura inquinata e vittima delle azioni dell’uomo ma da ammirare allo stesso modo.

Una nuova percezione dell’inquinamento per risvegliare l’uomo e dargli consapevolezza del mondo in cui vive, dichiarare belli tutti i prodotti del capitalismo, non solo la Natura incorrotta, ma anche i fiumi chimici, le spiagge invase dal petrolio e le città inabitabili. Se questo risultava assurdo, era perché assurdo era il sistema che li aveva creati.

Su questo corto circuito, gli artisti di Pollution, svelano l’inganno e contribuiscono a generare uno sguardo più consapevole. Su una distesa di piastrelle in ceramica che ci ricorda come la natura sia diventata un prodotto industriale, le loro installazioni si contrappongono all’apparenza ricercata delle azioni di arredo urbano – ennesima maschera – per forzare a nuovi punti di vista e decontestualizzare lo spazio pubblico dichiarando, intenzionalmente e chiaramente, la propria estraneità all’ambiente.

Iris Ceramica, nel 1972

Iris ritiene che i problemi della qualità della vita stiano già influenzando pesantemente la situazione industriale italiana, e che in un prossimo futuro essi diventeranno di importanza fondamentale.

Romano Minozzi, presidente Iris Ceramica, Humus n.1

Mentre la questione inquinamento, negli Anni Settanta, era solo voce di un radicalismo politico e ambientalista, Iris Ceramica già stava lavorando su un nuovo modello di industria in linea con le nuove esigenze sociali, ecologiche e urbanistiche, tracciando una delle prime filosofie aziendali che si allontanavano da una produzione industriale febbrile verso la ricerca di una migliore qualità della vita.